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Facciamo bene ad accettare il monopolio di Google?

Cover Google
20 Novembre 2019

Sempre più spesso le nostre vite si legano a filo doppio con il re dei motori di ricerca, Google. Non si tratta più solo di uno strumento per trovare informazioni on-line. Ormai Google è tutto ciò che riguarda il mondo digitale; pensate alla quantità di servizi collegati all’account della grande G.
Mappe, cloud, posta, reviews e chi più ne ha più ne metta. E poi c’è il mondo del business. Le aziende si devono munire di figure professionali in grado di dialogare con il motore di ricerca. Devono controllare le keyword, i trend, correre dietro alle modifiche di algoritmo della società americana per avere possibilità di essere viste on-line. Ma ora che questo monopolio è palesemente il perno della digitalizzazione, una domanda sorge spontanea: facciamo bene ad accettare il monopolio di Google?

Cos’è Google per le aziende

Se siete un’azienda, Google è uno dei colleghi più preziosi che avete. Tuttavia le regole le stabilisce l’azienda, e se sperate di avere visibilità on-line, dovete accettarle. In blocco.
La posizione di monopolio della società, pur operando nella piena legalità, costringe le compagnie ad investire moltissimo denaro per ottenere posizioni, visualizzazioni ed altro. Questo non sarebbe di per sé un male, se non fosse che Google può cambiare tutto (o quasi) da un momento all’altro. Già tutto ciò che è marketing on-line costringe ad un continuo aggiornamento delle competenze. Il tutto diventa ancora più pressante nel momento in cui non solo le regole del marketing, ma anche quelle dell’azienda californiana cambiano. Così da una settimana all’altra i propri risultati di indicizzazione possono subire un crollo verticale. L’unica soluzione è correre ai ripari, cercando di capire cosa ha cambiato Google, cosa non gli piace più del contenuto da voi prodotto ecc…
Insomma, una sorta di schiavitù. Ma ovviamente una schiavitù che, se giustamente domata, permette di ottenere tantissime visualizzazioni, clienti, soldi. Il business oggi si fa on-line, e Google è il perno anche di ciò. Se ne guadagna nel momento in cui si è in grado di assecondarlo e seguirlo in maniera opportuna.

Siamo sicuri che il gioco sia pulito?

Google fornisce già le informazioni richiesteA questa premessa, si aggiunge una recente quanto preoccupante inchiesta del Wall Street Journal. La famosissima testa americana suggerisce, pur facendo unicamente illazioni, che i risultati di ricerca non siano poi così automatici, ma ritoccati manualmente. Il punto da cui l’inchiesta parte è il seguente: Google sta aumentando esponenzialmente il numero deli interventi e dei cambiamenti manuali nel suo algoritmo. Questo può sì coincidere con il cambio di utilizzo che negli anni si è fatto della piattaforma, ma può nascondere di più. Il giornale passa in rassegna diversi casi celebri nei quali la società ha ritoccato i dati manualmente per questioni di forza maggiore. Come ad esempio, nascondere suggerimenti a siti non proprio sicuri, o che incitavano o davano suggerimenti su come fare cose non legali.  Ma anche dopo alcune bagarre giudiziarie. O ancora, duranti eventi importanti come le elezioni presidenziali statunitensi. Quindi la “notizia non notizia”, il dubbio sollevato dal giornale, è: e se tutti questi ritocchi incidessero anche sulla tua indicizzazione? In effetti non lo possiamo sapere. Anche perché l’algoritmo di Google è e rimane, per ovvie ragioni, segretissimo.

Ma alla fine clicchi?

Un’altro problema, sempre sollevato in base alla recente richiesta del WSJ, riguarda il numero di clic che lo stesso Google ingurgita. Il motore è oggi così evoluto da proporci una sorta di risultato in posizione 0 sempre attivo. Ormai digitando il nome di un film si apre la scheda di quel film, così come con autori di libri, attori, personaggi pubblici. Abbiamo la sua biografia, diverse tag da esplorare, le informazioni basilari. Così, a colpo d’occhio, senza entrare in alcun sito. Questo elemento ha fatto storcere il naso a diverse testate on-line, perché di fatto a fronte di tante Impression (le volte in cui il risultato appare durante una ricerca su google), il numero di clic è uguale a 0. Insomma, tanto lavoro per indicizzarsi (secondo le loro regole) e poi la risposta è già lì. L’utente non cliccherà e chi ha prodotto la pagina web indicizzata non ne ricaverà nulla. Se questo può essere un fastidio per le aziende che investono in SEO (l’arte di fare indicizzare i propri contenuti il più in alto possibile), è invece una manna dal cielo per gli utenti. Pensiamo a noi stessi, a qualsiasi ricerca risolviamo in pochi secondi perché Google ci serve su un piatto d’argento TUTTO ciò di cui abbiamo bisogno. Una bella comodità, non c’è che dire.

Il monopolio di Google per i privati

Infatti, da privati potrebbe venire in mente che il gioco valga la candela. Difatti Google offre una quantità smisurata di servizi, molti dei quali completamente gratuiti, che quasi tutti usiamo nel quotidiano. Maps è ancora un servizio la cui qualità non è paragonabile a quella dei servizi concorrenti. Impossibile da contare il numero delle gmail. Anche perché grazie ad un unico account, si può accedere a tantissime altre possibilità. Quindi perché preoccuparsi? Anche qui qualche ombra c’è. Bisognerebbe comunque farsi qualche domanda. Infatti alla fine dei conti è Google che decide cosa trovate on-line. Il motore di ricerca influisce eccome anche sulla vita dei privati, fornendo di fatti le informazioni richieste secondo l’ordine che lui ritiene più opportuno in base al suo algoritmo. Quindi non è che la risposta che otteniamo sia la risposta che stavamo cercando. Ma è la cosa che Google vuole che troviamo. Pensandoci in quest’ottica, è decisamente più inquietante! Ciò che più darci un po’ di speranza è la capacità, speriamo ancora attiva, che hanno gli utenti di comprendere se sono sulla strada giusta rispetto alle loro aspettative.

Come sono utilizzati i nostri dati?

Il problema maggiore, per i privati, è comunque dato dalla sibillina gestione dei dati degli utenti. Google presta moltissima attenzione a questo genere di cose. Inutile nascondere che proprio come Facebook, è sempre sotto stretta osservazione. Gli scandali come Cambridge Analytica hanno insegnato molto a riguardo, i dati privati degli utenti sono sacri. Recenti anche i sospetti del fatto che venissimo seguiti dalle App di Google anche quando eravamo convinti di aver disattivato la localizzazione sul nostro telefonino, ecc… I casi e gli esempi  da fare sarebbero moltissimi. Impossibile non notare come, nonostante le attenzioni, il mondo digitale dei Big data sia talmente complesso da far emergere ciclicamente nuovi scandali. Come dire, l’attenzione c’è, ma anche i problemi, quindi l’utente non deve mai abbassare la guardia.
Ancora convinti che lo strapotere della Big G sia una cosa buona? A voi la scelta, alla fine dei conti, personalissima.
Sfruttare tutti i prodotti, gratuiti o no, di Google ci alleggerisce la vita. Quindi la decisione è solo nostra.

 

 

 

 

Simonluca Renda

Simonluca Renda

Simonluca Renda è Communication Specialist e collabora da diversi anni con Tutela Digitale curandone la comunicazione on ed off line. Scrive sul Journal di Tutela Digitale dal 2018.

Simonluca Renda

Simonluca Renda è Communication Specialist e collabora da diversi anni con Tutela Digitale curandone la comunicazione on ed off line. Scrive sul Journal di Tutela Digitale dal 2018.
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