Diritto all’oblio nell’intelligenza artificiale: quadro normativo, rischi e soluzioni operative

Diritto all'oblio nell'intelligenza artificiale e tutela della reputazione online

Il diritto all’oblio nell’intelligenza artificiale è il nuovo grande tema della reputazione digitale online, perché non riguarda più soltanto Google, ma anche ciò che dicono di noi ChatGPT, i chatbot basati su Copilot o altri modelli linguistici di ultima generazione.

Sempre più spesso, infatti, le persone scoprono di non avere problemi solo sulla SERP, ma di vedersi raccontate in modo parziale o superato dalle risposte delle LLM, che ripropongono vecchi articoli, indagini archiviate o sentenze non aggiornate mettendo a rischio immagine e opportunità professionali.

In questo scenario, Tutela Digitale ha iniziato a lavorare su un doppio fronte: rimozione e de-indicizzazione dal web tradizionale e intervento mirato sui modelli di intelligenza artificiale, per far valere i diritti riconosciuti dalla normativa europea anche dentro questi nuovi strumenti.

Indice dei contenuti

  • Cos’è il diritto all’oblio oggi
  • Diritto all’oblio intelligenza artificiale: cosa cambia con le LLM
  • Come funzionano ChatGPT, Copilot e altri modelli rispetto alle fonti
  • Perché parliamo di “black box” e perché servono stress test
  • Il metodo Tutela Digitale: dal web alla LLM
  • ChatGPT e diritto all’oblio: cosa possiamo fare davvero
  • Copilot, ecosistema Microsoft e altri provider
  • Perché i contenuti positivi contano il doppio nell’era delle LLM
  • Limiti attuali, rischi e aspettative realistiche
  • Quando valutare un intervento sul diritto all’oblio intelligenza artificiale
  • Come possiamo aiutarti in pratica

Cos’è il diritto all’oblio oggi

Il diritto all’oblio nasce nel contesto dei motori di ricerca “classici”, in particolare con la possibilità di chiedere la de-indicizzazione dei risultati che collegano il proprio nome a informazioni non più attuali, sproporzionate o lesive, pur senza cancellare necessariamente la fonte originale dal sito che la ospita.

In pratica, si chiede che digitando quel nome su Google non compaiano più determinati link, soprattutto quando raccontano episodi superati, procedimenti archiviati o risolti positivazione e, in generale, situazioni che non rappresentano più la realtà della persona.

Negli ultimi anni questo strumento è diventato fondamentale per chi, dopo aver chiuso una vicenda giudiziaria o personale, ha bisogno di ripartire senza essere giudicato ogni volta sulla base di articoli vecchi di molti anni o parzialmente non aggiornati.

Diritto all’oblio nell’intelligenza artificiale: cosa cambia con le LLM

Con l’arrivo dei grandi modelli linguistici (LLM) come ChatGPT, Copilot o altri assistenti basati su intelligenza artificiale generativa il quadro si complica.

I motori di ricerca tradizionali si limitano a mostrare link; un modello generativo, invece, ricostruisce un testo ogni volta, attingendo a enormi quantità di dati e “fondendo” insieme fonti diverse in una risposta che sembra neutra, ma che in realtà è il risultato di scelte fatte dai dati di partenza e dal modo in cui il modello è stato addestrato.

Per questo il diritto all’oblio nell’intelligenza artificiale non può consistere semplicemente nel togliere un link, in quanto l’informazione è spesso “incorporata” nei pesi del modello e continua a emergere sotto forma di riassunti, biografie, cronache o commenti, anche quando alcune fonti sono state rimosse dal web.

A grandi linee, i modelli generativi combinano due livelli:

  • un corpo di conoscenze interne (addestramento su grandi dataset, aggiornati fino a una certa data);
  • una componente di ricerca in tempo reale, che può appoggiarsi a motori come Bing o Google per integrare le informazioni più recenti.

Nel caso di OpenAI, le informative privacy per gli utenti europei spiegano che la società tratta dati personali per addestrare, migliorare e fornire i propri servizi di intelligenza artificiale, e che gli interessati possono esercitare specifici diritti di accesso, cancellazione, limitazione e opposizione tramite canali dedicati o indirizzi email di contatto.

Per l’ecosistema Microsoft ad esempio, l’Informativa sulla privacy descrive un set di strumenti (privacy dashboard, moduli web, contatti diretti) che consentono agli utenti di accedere ai propri dati e di esercitare i diritti riconosciuti dalla normativa europea, con tempi di risposta generalmente fissati in 30 giorni.

In tutti i casi, però, resta un elemento comune che dall’esterno non è possibile vedere con precisione, quali dati siano stati effettivamente incorporati nel modello e come vengano combinati per produrre una certa risposta. È qui entra in gioco il concetto di black box.

Perché parliamo di “black box” e perché servono stress test

I grandi modelli linguistici sono, per loro natura, sistemi opachi, non esiste una “lista” leggibile delle frasi che conoscono su una persona, né un pulsante per cancellarle una per una.

Per capire cosa sanno e cosa sono in grado di dire su un individuo, serve lavorare per tentativi, usando tecniche simili ai test di sicurezza:

  • si pongono domande dirette,
  • si usano varianti del nome,
  • si mettono alla prova i limiti del modello con richieste formulate in modo creativo (prompt injection) per vedere se emergono contenuti che non compaiono nelle ricerche standard.

In questa fase non è possibile garantire un risultato assoluto proprio perché il sistema è una black box, l’unico modo per farsi un’idea è sottoporlo a molti test diversi e verificare in quali condizioni compaiono informazioni lesive o non aggiornate.

Per questo, quando lavoriamo su casi reali, è spesso necessario ripetere i test nel tempo, sia su clienti che ci autorizzano espressamente, sia su persone che conosciamo e che ci permettono di usare il loro nome per studiare il comportamento dei modelli in scenari diversi.

Come rimuovere da Google AI Overview e Gemini

Nel caso di Google AI Overview e Gemini, il punto di partenza resta sempre l’intervento sulle fonti online. Se le informazioni negative, lesive o obsolete provengono da pagine ancora indicizzate, Google può continuare a recuperarle, rielaborarle o utilizzarle come base per generare risposte e sintesi automatiche. Per questo motivo, quando il contenuto riguarda una persona fisica, ma non è più attuale, risulta sproporzionato o pregiudizievole, entra in gioco l’applicazione del Diritto all’oblio nell’intelligenza artificiale.

In concreto, è possibile presentare a Google una richiesta formale di rimozione o de-indicizzazione, indicando gli URL specifici, le query associate al nome della persona interessata e le ragioni per cui quel contenuto non dovrebbe più essere mostrato nei risultati di ricerca. Nei casi più solidi, soprattutto quando esistono documenti ufficiali che dimostrano l’evoluzione della vicenda, come assoluzioni, archiviazioni, riabilitazioni o aggiornamenti giudiziari, la richiesta può portare alla riduzione della visibilità del contenuto nelle ricerche nominative.

Questo passaggio è particolarmente importante anche rispetto alle nuove funzioni basate sull’intelligenza artificiale, se Google non trova più determinate fonti nei risultati indicizzati, oppure se quelle fonti vengono rimosse, aggiornate o de-indicizzate, diminuisce anche la possibilità che AI Overview o altri sistemi generativi le utilizzino per costruire risposte sul cliente. Anche in questo caso, quindi, l’obiettivo non è solo cancellare un link, ma togliere all’AI il materiale informativo da cui potrebbe partire per ricostruire una narrazione dannosa o non più corretta.

Il metodo Tutela Digitale: dal web alla LLM

Per portare il diritto all’oblio nell’intelligenza artificiale, in Tutela Digitale abbiamo costruito un metodo che unisce competenze legali, tecniche e di reputazione online.

Possiamo riassumerlo in alcune fasi operative:

  1. Mappatura dei contenuti sul web
    Analizziamo in modo sistematico ciò che appare su Google e Bing digitando il nome del cliente, con particolare attenzione alle fonti che potrebbero essere lette o già lette dai modelli di AI.
  2. Stress test sulle LLM
    Interroghiamo ChatGPT, Gemini e altri modelli con domande mirate per vedere:

    • quali risposte generano,
    • quali fonti citano esplicitamente,
    • quali informazioni sembrano invece provenire dalla memoria interna.
  3. Rimozione e de-indicizzazione delle fonti negative
    Dove possibile, interveniamo sui siti che ospitano le notizie lesive (o superate), chiedendone la rimozione, l’aggiornamento o almeno la de-indicizzazione dai motori di ricerca attraverso Linkiller, uno dei nostri servizi principali.
  4. Creazione di contenuti positivi e aggiornati
    Costruiamo o rafforziamo contenuti che raccontano la versione completa e aggiornata della storia: assoluzioni, archiviazioni, riabilitazioni, sviluppi professionali positivi, ed in questo caso lo facciamo attraverso LinkBetter.
  5. Esercizio formale dei diritti privacy verso i provider di AI
    Utilizziamo i canali ufficiali previsti da OpenAI, Microsoft e altri soggetti per chiedere la correzione, la limitazione o il blocco del trattamento dei dati personali del cliente all’interno dei modelli.
  6. Escalation alle Autorità, se necessario
    Se i provider non rispondono nei tempi previsti, 30 giorni dalla richiesta fino a 3 mesi nel caso in cui la richiesta appaia complessa, o non offrono una soluzione adeguata (il provider, nel caso non risponda entro i 30 giorni è tenuto a darne comunicazione), valutiamo con il cliente la possibilità di rivolgerci all’Autorità per la Protezione dei dati personali competente, come il Garante Privacy in Italia.
  7. Monitoraggio continuativo
    Dopo l’intervento, continuiamo a testare le LLM nel tempo per verificare che le vecchie informazioni non tornino a emergere o non vengano riproposte in modo distorto.

ChatGPT e Diritto all’oblio: cosa possiamo fare davvero

Nel caso di ChatGPT, il modello combina una base interna di conoscenze e una componente che si appoggia a Bing per recuperare notizie recenti. Questo significa che intervenire sulle fonti online è sempre il primo passo.

Se il numero di contenuti negativi è limitato e riusciamo a ottenere rimozioni o de-indicizzazioni efficaci, il modello tende nel tempo a non avere più “carburante” per generare risposte pregiudizievoli sul cliente. Quando però le fonti sono molte, o quando parti dell’informazione sembrano essere ormai integrate nel modello, entra in gioco il livello successivo: l’esercizio formale dei diritti privacy verso OpenAI.

Le informative europee di OpenAI spiegano che gli interessati possono esercitare diritti come accesso, cancellazione, limitazione e opposizione tramite un portale dedicato o un indirizzo email specifico, e che la società ha generalmente 30 giorni per rispondere, salvo necessità motivate di proroga.

In casi concreti, allegando documenti come sentenze di assoluzione o provvedimenti ufficiali che smentiscono le vecchie notizie, è possibile ottenere almeno il blocco di certe query: il modello smette di rispondere a domande dirette su un determinato tema o nome, riconoscendo che il trattamento di quei dati non è più conforme.

Ad oggi, la strada dell’aggiornamento completo del profilo informativo (cioè ottenere che l’AI racconti la nuova versione dei fatti) è più complessa e ancora in evoluzione. In diversi casi di test, il risultato più concreto è stato il blocco o la neutralizzazione della risposta, non la riscrittura della storia.

Diritto alloblio nellintelligenza artificiale

Copilot, ecosistema Microsoft e altri provider

Per servizi come Copilot, integrati nell’ecosistema Microsoft, la logica è simile ma con alcune peculiarità.

Microsoft, nella propria Informativa sulla privacy, descrive strumenti che permettono agli utenti di accedere ai dati personali trattati, di controllarne l’uso (ad esempio per la personalizzazione della pubblicità) e di esercitare i diritti previsti dal GDPR tramite un privacy dashboard e moduli web dedicati.

In caso di problemi che coinvolgono Copilot e altri servizi Microsoft, la procedura tipica prevede:

  • raccolta di evidenze sui contenuti generati dall’AI che riguardano il cliente;
  • richiesta formale a Microsoft tramite i canali previsti (modulo privacy, contatti del Data Protection Officer, indirizzi postali per l’area EEA);
  • attesa della risposta entro i tempi previsti dalla legge (di norma 30 giorni), con la possibilità per l’azienda di chiedere una proroga motivata.

Se la risposta non arriva o non è adeguata, anche in questo caso esiste la possibilità di rivolgersi alle Autorità competenti, come il Garante per la protezione dei dati personali in Italia.

Altri provider di servizi basati su AI adottano meccanismi analoghi: informativa privacy, canali per esercitare i diritti, tempi di risposta e riferimenti alle autorità di controllo in caso di reclamo.

Perché i contenuti positivi contano il doppio nell’era delle LLM

Una parte cruciale del diritto all’oblio nell’intelligenza artificiale non è solo togliere il negativo, ma nutrire il sistema con contenuti positivi, veri e aggiornati.

Se una persona viene assolta, riabilitata o ha sviluppi professionali importanti, è fondamentale che queste informazioni siano presenti online in modo chiaro, autorevole e ben posizionato.

Nella pratica, quando costruiamo progetti di content positivo con LinkBetter, vediamo che:

  • le pagine che raccontano la versione aggiornata dei fatti finiscono per posizionarsi bene su Google;
  • i modelli di AI, quando “guardano” al web per arricchire le loro risposte, hanno maggiori probabilità di citare o incorporare proprio queste fonti.

Questo non sostituisce l’esercizio dei diritti privacy, ma la tutela diventando più efficace quando l’ecosistema informativo complessivo, web e AI, racconta una storia coerente con la realtà attuale del cliente.

Essere trasparenti è fondamentale in quanto allo stato attuale, nessuno può garantire l’eliminazione assoluta di un’informazione da un modello di intelligenza artificiale.

I motivi principali sono:

  • la natura black box dei modelli, che rende difficile sapere esattamente dove e come i dati siano memorizzati;
  • la possibilità che informazioni simili riemergano da altre fonti, magari non ancora individuate o non ancora aggiornate;
  • la realtà tecnica di alcuni “blocchi” implementati in modo superficiale, basati su semplici filtri di stringa, che possono essere aggirati con varianti del nome o formulazioni creative delle domande.

Per questo il nostro lavoro è un percorso strutturato di riduzione del rischio, togliere ciò che si può togliere, aggiornare ciò che si può aggiornare, bloccare ciò che non è più conforme, documentando ogni passaggio per poter dialogare in modo efficace anche con le Autorità, ove necessario.

La promessa corretta non è “sparire per sempre da ogni AI”, ma ridurre l’esposizione a contenuti ingiusti o superati e creare gli strumenti giuridici e tecnici per difendersi nel tempo.

Quando valutare un intervento sul diritto all’oblio nell’intelligenza artificiale

Potrebbe valere la pena attivarsi se:

  • cercando il tuo nome su ChatGPT o su altri assistenti noti che compaiono ancora vecchie indagini, condanne superate o informazioni incomplete;
  • le risposte dei modelli non tengono conto di assoluzioni, archiviazioni o sviluppi successivi della tua storia;
  • stai per affrontare momenti delicati (nuovo lavoro, aumento di visibilità mediatica, ingresso in società o cariche pubbliche) e vuoi capire cosa possono leggere di te strumenti che molti professionisti ormai utilizzano ogni giorno;
  • hai già in corso attività di diritto all’oblio sui motori di ricerca e vuoi estendere la tutela anche alle piattaforme di intelligenza artificiale.

In tutti questi casi, l’obiettivo non è solo “pulire il passato”, ma costruire una reputazione digitale coerente, che tenga insieme ciò che appare su Google, ciò che viene recuperato da Bing e ciò che viene raccontato da ChatGPT, Gemini e altri sistemi di AI generativa.

Come possiamo aiutarti in pratica sul tema del diritto all’oblio nell’intelligenza artificiale

In Tutela Digitale stiamo portando il diritto all’oblio dentro l’era dell’intelligenza artificiale, combinando:

  • esperienza nella rimozione e de-indicizzazione di contenuti lesivi dai motori di ricerca;
  • competenze specifiche sulle LLM e sul loro comportamento in scenari reali;
  • una visione integrata di reputazione online, che include monitoraggio, contenuti positivi e relazione con le Autorità.

Se sospetti che un modello di intelligenza artificiale stia raccontando una versione distorta o superata della tua storia, possiamo:

  • verificare cosa dicono realmente su di te;
  • mappare le fonti negative sul web e valutare le possibili azioni di rimozione o aggiornamento;
  • costruire un dossier tecnico-legale per esercitare i tuoi diritti davanti ai provider e, se necessario, davanti al Garante Privacy;
  • progettare una strategia di contenuti positivi che aiuti anche le AI a “vedere” la parte giusta della tua storia.

Se hai bisogno di approfondire questo tema Contattaci per una consulenza gratuita.

Luca Bellia

Luca Bellia

Luca Bellia

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